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Alina Marazzi

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Gli archivi e il cinema: intervista alla regista Alina Marazzi

Alina Marazzi è una regista documentarista per il cinema e la televisione; suoi sono i film Tutto parla di te, Vogliamo anche le rose, Per sempre, Un’ora sola ti vorrei. Film onirici e allo stesso tempo di grande impatto realistico. Una costante del suo lavoro registico è l’utilizzo di materiali d’archivio, che sembra essere ispirazione ma anche materia stessa dei suoi film. Essi hanno un punto di vista potente e un sapiente uso del montaggio, frutto di una consapevolezza autoriale che si basa sulla gavetta ma anche su ore e ore di ricerca e studio, che non lascia spazio al caso e dove l’accostamento dei diversi materiali d’archivio ha tanti significati e nessuno scontato.

In Vogliamo anche le rose Alina Marazzi raccoglie e cuce tra loro alcune voci provenienti dai diari dell’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, materiali visivi da film sperimentali o in super8, immagini di repertorio delle Teche Rai, di varie Cineteche e fondi privati. Non mancano lettere e conversazioni, foto dell’epoca, riviste e fotoromanzi. La regista sembra non poter prescindere dagli archivi ed è proprio questa sua necessità che vorremmo andare a sondare.

Ottobre 21, 2020

L’INTERVISTA

01.
Alina Marazzi, i suoi film sono fortemente caratterizzati dall’utilizzo di materiali d’archivio di ogni tipo. Ci vuole raccontare qual è la ricerca archivistica che sta dietro ai suoi lavori?

Il lavoro di ricerca, scelta e montaggio del materiale d’archivio è diverso per ogni film, come in ogni film è diverso il ruolo che il repertorio svolge in funzione del dispositivo narrativo. In questi anni l’evoluzione della tecnologia ha permesso un più facile accesso agli archivi e una gestione diversa del materiale in sede di montaggio. Dai primi anni 2000 ad oggi ho lavorato in modo molto diverso con l’archivio nei miei film: Un’ora sola ti vorrei “data” 2002 ma è stato lavorato a partire dagli ultimi anni ’90 ed è un film che nasce ed esiste nella sua attuale forma perché esistono quei filmati di famiglia, che mio nonno realizzò tra gli anni ’20 e gli anni ’80 del secolo scorso. Per quel mio primo film non ho dovuto fare molta strada per trovare quelle bobine… erano conservate in casa dei miei nonni, benché fossero più o meno ignorate. La ricerca di materiali supplementari quali fotografie, altri filmati amatoriali, diari e lettere è avvenuta sempre in ambito domestico. Ho trascorso molto tempo in compagnia di quegli home-movies, guardandoli e riguardandoli, e solo dopo una lunga fase di “familiarizzazione” con quei filmati ho iniziato il lavoro di accostamento tra una sequenza e un’altra e di intreccio tra immagini e parole. Il caso di Vogliamo anche le rose è diverso: quello è un film che nasce dal desiderio di esplorare le fonti, di scoprirne di nuove, di seguire intuizioni che mi portassero su tracce non ancora percorse… nella mia testa il film nasce sin da subito come un film sulle donne degli anni ’70 realizzato esclusivamente con filmati d’archivio. La scommessa era alta e il processo entusiasmante tenendo anche conto che le ricerche per quel film sono state fatte nel 2005-2006, in un’epoca pre-digitale; i materiali Rai per esempio sono stati visionati nella sede di via Salaria a Roma in cassette betacam o addirittura U-matic su cui erano stati riversati nei decenni precedenti i materiali originali 16mm… insomma a quell’epoca la confusione era grande e con quel sistema non sempre poi si trovava il filmato desiderato e indicato sul catalogo multimediale.

A volte però si trovavano cose che non si erano cercate e che risultavano sorprendenti! Per quel film ho usato solo in minima parte materiali provenienti da archivi istituzionali; la maggior parte delle immagini provengono da archivi minori e da fondi privati. Se mi trovassi oggi a fare lo stesso tipo di ricerca sono sicura che troverei moltissimo altro materiale che, grazie alla digitalizzazione, in questi anni è emerso ed è disponibile. Aldilà della varietà delle immagini un elemento fondante e caratterizzante di quel film sono i testi tratti dai diari provenienti dall’Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano; quei documenti, unici e preziosi, hanno definito la forma narrativa del film, sono stati importantissimi. In tutto parla di te l’approccio riguardo all’archivio è stato ancora diverso e la presenza del repertorio è limitata, in termini di quantità; in quel film gli home-movies rappresentano principalmente i ricordi della protagonista e la ricerca per quei materiali, che erano già indicati nella sceneggiatura della trama di finzione, è stata molto mirata. Sono andata a cercare immagini private ed evocative di madri e figlie piccole nei diversi archivi di homemovies che sono nati in questi ultimi anni. Per il ritratto della cronista di moda Anna Piaggi i materiali di repertorio, foto, riviste, film e video, provengono, tra gli altri, dagli archivi non ancora ben organizzati del mondo della moda e da fondi privati.

Il materiale d’archivio è presente anche nel mio lavoro per il teatro: in entrambe le due opere liriche del Maestro Mauro Montalbetti, Il sogno di una cosa e Hayè, le parole la notte (rispettivamente su l’attentato di Piazza Loggia a Brescia nel 1974 e sull’odierno fenomeno dei migranti), l’archivio proiettato sulla scena svolge la funzione della memoria storica collettiva e dialoga con l’azione scenica degli attori e cantanti, e assume a tutti gli effetti la dimensione del personaggio esso stesso in quanto presenza “fisica” sul palco. Per queste due regie teatrali multimediali ho attinto da archivi filmici istituzionali e da archivi di fondazioni per i materiali fotografici e cartacei.

02.
Qual è il suo approccio agli archivi, sa già cosa vuole cercare o si lascia stupire e, in qualche modo, guidare da ciò che trova?

Inizialmente cerco di essere precisa nella richiesta dei materiali alla persona di riferimento in archivio, anche se poi chiedo di farmi stupire da proposte e suggerimenti a cui non avevo pensato. Nella ricerca seguo le tracce e gli indizi che trovo cammin facendo, visto anche il tipo di utilizzo che faccio del repertorio nei miei lavori; cerco sempre di “far parlare” l’archivio in prima persona, di esaltare la sua natura, di amplificare le sue risonanze… come metodo cerco di adottare il principio del piacere. Voglio utilizzare materiali che mi colpiscono, che mi piacciono.

03.
Qual è la difficoltà maggiore che si incontra a lavorare con materiale d’archivio? La conservazione, la digitalizzazione, la catalogazione, la consultazione del materiale on line agevolano una professionista come lei nella ricerca del materiale e in che modo?

Ogni archivio ha un proprio metodo di catalogazione e conservazione non sempre di immediata comprensione per l’utente e così trovo che la ricchezza di un archivio siano proprio i ricercatori interni, coloro che conoscono il materiale e che possono introdurti alla specificità di quella data collezione. La digitalizzazione e la consultazione online sono fondamentali per il mio lavoro, soprattutto nelle fasi iniziali; ma è poi il rapporto con l’elemento umano che determina l’efficacia della ricerca.

04.
Secondo lei qual è la condizione degli archivi italiani? Come fruitrice, cosa pensa si dovrebbe fare per poterla migliorare?

Gli archivi sono tanti e molto diversi tra loro, anche proprio per la tipologia e per i supporti differenti dei materiali conservati; non posso dire di conoscerli tutti, ma il mio sogno sarebbe che fossero tutti in relazione, se non in connessione tra loro e che ci fosse una sorta di directory generale, una mappatura, di collezioni, fondi e archivi presenti sul nostro territorio, per indirizzare la ricerca e valorizzare al meglio il patrimonio conservato.

05.
C’è un episodio legato ad un archivio che ricorda e ci vorrebbe raccontare?

Dietro ad ogni immagine o parola del passato ci sono le vite delle persone, con le loro emozioni, sogni, desideri, drammi; nella mia esperienza ogni volta ci sono state sorprese e incontri che rendono il lavoro con l’archivio un percorso di conoscenza del presente oltre del passato. Avrei tanti aneddoti da raccontare…

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