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Prof. Gabriele Archetti

#capolettera

Gabriele Archetti è professore ordinario di “Storia medievale” presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e di “Complementi di storia della Chiesa” nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose del medesimo Ateneo – sede di Brescia.

 Attento alle dinamiche religiose, socio-economiche e politico-istituzionali dell’Europa medievale, è autore di centinaia di saggi e contributi scientifici – apparsi in Italia e all’estero – che spaziano dall’età tardo-antica al Novecento, trattando anche la storia materiale, dell’alimentazione e della civiltà.

Membro di numerosi centri di ricerca, enti e associazioni culturali, comitati di redazione, consigli e collane editoriali, dirige il Centro studi longobardi, fondato dalla Regione Lombardia nel 2014, la Fondazione Cogeme onlus e la rivista “Brixia sacra. Memorie della diocesi di Brescia”, di cui è vice direttore.

Tra le molte iniziative promosse si ricordano “La civiltà del pane”, divenuto progetto dell’Unione Europea per Expo 2015, e i convegni internazionali del Centro studi longobardi, l’ultimo dei quali a Pavia nel 2018 sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e l’Alto Patrocinio del Parlamento Europeo.

Luglio 5, 2019

L’INTERVISTA

01.
In qualità di storico, quanto ritiene possa dimostrarsi utile poter accedere e consultare un archivio ai fini di ricerca scientifica?

Ogni archivio documentario è una miniera di riferimento non solo per il lavoro storico ma per la conoscenza umana: in esso si conserva l’attività di un ente e la sua consultazione è la via maestra per comprenderne l’attività, gli scopi, gli sviluppi e la fine. Non è ovviamente l’unica fonte per la ricerca storica, ma è uno strumento che – quando esiste – non può non essere consultato in qualunque percorso scientifico che si rispetti. Tuttavia, se l’archivio offre gli strumenti fondamentali per svolgere il suo lavoro allo storico, ossia le fonti, da solo esso non produce però la storia e non è in grado di raccontare le vicende di una comunità nello spazio e nel tempo, che sono invece sempre il prodotto di un pensiero e la risposta a domande precise sul passato.

02.
Lavora e collabora di frequente con strutture atte alla preservazione e salvaguardia di documentazioni storiche?

Mi capita di interloquire sovente con realtà interessate a tutelare il proprio patrimonio documentario, dalle amministrazioni pubbliche alle aziende fino alle singole persone. In questa dinamica è essenziale far capire che tale documentazione (economica, culturale, sociale, fiscale, amministrativa, ecc.), cioè fondi o archivi storici, ha un valore in se stessa e come tale va conservata con cura, senza guardare al valore economico immediato o alla possibile ricaduta produttiva che essa può avere, perché si tratta di un investimento sulla conoscenza in quanto tale di inestimabile valore. Non è compito facile, ma ci si prova.

03.
Crede che una digitalizzazione dei patrimoni archivistici, pubblici e privati, possa agevolare la ricerca scientifica nel suo e in altri settori?

Certo. Ogni qual volta si facilita la conoscenza e la diffusione documentaria, di qualunque natura, si pongono le basi per il suo studio e mantenimento. Il problema è che ciò non garantisce di per sé la crescita automatica del sapere o della comprensione delle cose, dei dati e delle informazioni digitalizzati. Ogni fonte, inoltre, necessita di strumenti ecdociti peculiari dai quali dipende la possibilità di poter interrogare i documenti, altrimenti questi restano muti. Il bilancio dello Stato italiano è pubblicato ogni anno, ma non so quanti ne facciano oggetto di regolare consultazione e, anche quando ciò avvenisse, se sono in grado di capire dove stanno i nodi principali rispetto a questioni cruciali come l’indebitamento pubblico e il recupero dell’evasione fiscale. Eppure si tratta di dati pubblici, la cui messa a disposizione non coincide con una cosciente consapevolezza.

04.
La digitalizzazione è spesso giustificata dalla necessità di preservare e salvaguardare l’originale. D’altro canto, quado la digitalizzazione viene associata a un software di visualizzazione, il patrimonio archivistico può diventare fruibile da parte di un pubblico non specialistico. Ritiene che questa operazione possa dimostrarsi utile ai fini di una maggiore consapevolezza della propria eredità storico-culturale?

La digitalizzazione rappresenta una frontiera aperta molto interessante per la ricerca e, nel caso di documenti antichi, particolarmente deperibili e rari, anche un buon strumento per la tutela e una più ampia accessibilità. La consultazione digitale, per esempio delle visite pastorali antiche di una diocesi o della cartografia sette-ottocentesca di una città, facilita la ricerca storica e preserva gli originali da una più rapida usura conseguente al maneggiamento frequente di registri e carte.

Resta il problema della durata dei materiali elettronici e del loro copyright che, con il progredire velocissimo della tecnologia, rende obsoleti e via via sempre migliorabili le copie effettuate. Come fare in questi casi? È un grande problema che può essere affrontato soltanto con una riflessione globale, capace di investire l’intera società, e non soltanto le parti più interessate o sensibili, perché si tratta di una questione culturale, giuridica, politica, economica, storica e anche etica.

05.
Presiede il Comitato direttivo del Centro studi longobardi: potrebbe illustrare i principali obiettivi che il Centro si è prefissato? Qual è il progetto a cui ultimamente sta lavorando?

.capoletteraIl Centro studi longobardi è sorto per volontà di un gruppo di docenti universitari e della Regione Lombardia in seguito all’istituzione nel 2011 del sito seriale Unesco dei longobardi in Italia allo scopo di studiare il patrimonio o il lascito di civiltà dei longobardi in Italia, a cominciare dai monumenti inclusi nella lista patrimonio dell’umanità (Benevento, Brescia, Campello sul Clitunno, Castelseprio-Torba, Cividale del Friuli, Monte Sant’Angelo e Spoleto). Suoi obiettivi sono dunque quelli della ricerca e degli approfondimenti conoscitivi nel lungo periodo sulle tematiche connesse al mondo longobardo; i grandi convegni internazionali che sinora abbiamo compiuto – sul re Desiderio (Brescia), sulla regina Teodolinda (Monza e Castelseprio) e su Liutprando (Pavia) – e quelli che stiamo organizzando vanno in questa direzione.

Ma è la storia della civiltà che anima il Centro studi longobardi e, tra le cose che abbiamo sostenuto, c’è stato il progetto culturale dell’Unione Europea per Expo 2015 sulla “civiltà del pane” che ha goduto del patrocinio della maggiori istituzioni internazionali mondiali. È questo il motivo per cui guardiamo con molto interesse all’iniziativa del Centro internazionale di studi malatestiani e ci piace immaginarlo come un progetto prima di tutto scientifico nella misura in cui verranno editi, in forma accessibile anche ai non addetti ai lavori, i complessi registri amministrativi e contabili della corte dei Malatesta, ma anche delle diverse comunità interessate, a cominciare da quella di Fano. La storia rappresenta il passato di cui noi siamo espressione, conoscerla non cambia quanto è accaduto ma consente di introdurre dei correttivi o di cogliere le opportunità che il presente offre. Spetta a noi fare le scelte giuste, nel nostro e nel futuro interesse. Conoscere il passato è il primo passo per fare bene queste scelte e, di conseguenza, la storia non ha solo una valenza sociale ma è anche una forma di impegno civico. E per me che insegno in Università Cattolica è ancora più vero pensando allo spirito originario di p. Gemelli.

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