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Bruno Gambarotta

#capolettera

Gli archivi e la Storia: l’esempio dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino.

Bruno Gambarotta è giornalista, scrittore, autore e conduttore televisivo, non tutti forse sanno che è anche il presidente dell’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza di Torino.

L’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza nacque nel 1966 a Torino, quando Paolo Gobetti pensò che il materiale presentato, l’anno precedente, in occasione della rassegna cinematografica promossa per il ventennale della Resistenza a Cuneo potesse essere raccolto e conservato. Così ebbe inizio la storia dell’Archivio che ha sede a Torino e che recupera e custodisce le pellicole del periodo della Resistenza e il suo patrimonio ammonta a oltre 2.150 unità filmiche.

Sono parte integrante della biblioteca l’emeroteca, la collezione di manifesti e opuscoli, la fototeca e i documenti. La cineteca e la biblioteca dell’Archivio sono un importante punto di riferimento per lo studio e l’approfondimento di questo periodo storico, allo stesso tempo sono un indispensabile strumento di salvaguardia della memoria collettiva.

L’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza ha il principale compito di reperire e preservare il materiale d’archivio risalente agli anni tra le due guerre mondiali, alla Resistenza, alla lotta partigiana e al secondo dopoguerra. A questa attività si affianca l’importante creazione di nuovo materiale attraverso centinaia di video-interviste a partigiani sopravvissuti e a testimoni di varia natura; questo consente di leggere anche i linguaggi non verbali, le espressioni, le posture, le reticenze.

Sono molte le domande che ci si pone sugli archivi, sulla loro fruibilità e sul loro futuro. Proviamo a capirne di più interpellando Bruno Gambarotta.

Giugno 15, 2020

L’INTERVISTA

01.
Che valore ha oggi la Storia e in particolare lo studio di quella storia? E come gli archivi sono utili in questo approfondimento?

La studio della Storia ha più che mai un valore fondamentale in un’epoca schiacciata sul presente. Gli archivi sono utili per fare argine alla semplificazione, al rischio di ridurre in slogan le celebrazioni di un evento complesso e articolato in mille sfaccettature come la Resistenza, per ridare vita a emozioni e calore umani di vicende personali drammatiche.

Per anni, quando era ancora vivo Paolo Gobetti, l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza ha funzionato anche come una factory, una libera scuola di cinema documentario dove hanno fatto i primi passi giovani cineasti che sono poi passati al cinema professionistico. Il problema che in questi anni ci assilla è l’esigenza di digitalizzare tutto questo vasto materiale girato all’inizio su nastro magnetico. È difficile ottenere finanziamenti per realizzarlo prima che i nastri si incollino e diventino illeggibili. È più facile ottenere sostegno economico per organizzare convegni perché si prestano alla visibilità, fanno notizia.

02.
Gli archivi storici possono essere uno spazio ideale per generare qualcosa di nuovo? I materiali d’archivio sono tracce del passato, come possono entrare nel processo creativo e avere una possibilità nel presente e nel futuro?

Purtroppo nel sentire comune gli archivi sono visti come un inutile aggravio di costi, soprattutto da quegli schieramenti partitici che hanno tutto da perdere dal riaffiorare dal passato delle loro nequizie e contraddizioni.
Deve passare l’idea che nel processo creativo deve esserci un passaggio in archivio, ed è un fatto positivo, le scuole di scrittura creativa. Ebbene, chi le frequenta a vario titolo deve essere condotto in un archivio storico per apprendere le modalità di consultazione. Chiunque fa pratica in un archivio dopo non può più farne a meno.

03.
Qual è il suo approccio al lavoro in archivio e in biblioteca? A lei è mai capitato che uno dei suoi lavori sia nato da materiale d’archivio?

L’ultimo libro che ho pubblicato, Ero io su quel ponte (Manni editori, 2019) è nato per buona parte negli archivi. Il libro precedente, Il colpo degli uomini d’oro (Manni editori, 2018) è nato in due archivi, quello del quotidiano “La Stampa” e quello della corte d’assise di Torino. Ricostruisce fin nei minimi dettagli un clamoroso furto alle Poste di Torino, il 27 giugno 1986, le sue conseguenze e il processo a due dei quattro esecutori (gli altri due erano stati ammazzati) fino alla condanna definitiva.

04.
Lei che ha un punto d’osservazione privilegiato, dall’interno di un archivio ma anche da frequentatore, cosa pensa che si debba fare per gli archivi in Italia?

Deve poter passare l’idea che gli archivi non sono solo un terreno esclusivo di caccia per gli storici di professione ma aperti a tutti, con mostre, eventi, percorsi guidati. Gli archivisti sono apertissimi al colloquio e all’aiuto. Quando affermo che chiunque può accedere all’archivio storico della città di Torino per recuperare la storia della sua famiglia hanno reazioni di stupore.

05.
La conservazione, la digitalizzazione, la catalogazione, la consultazione del materiale on line, sono pratiche che agevolano la fruizione di un archivio, il materiale può essere visibile ovunque e in qualunque momento, queste attività diminuiscono la distanza tra archivio e utenti, cosa ne pensa?

Sono un fiero reazionario, penso che per restare in memoria il sapere deve essere frutto di una fatica, di un lento lavoro, penso che abbiano altrettanta importanza dei contenuti l’aspetto fisico dei documenti, il loro odore, la polvere persino. Un clic è troppo facile, è provato che chi consulta un documento sullo schermo legge solo le prime righe e poi passa ad altro, si annega nella sovrabbondanza. Da ragazzo frequentavo la biblioteca civica Vittorio Alfieri di Asti che era collocata nella casa del tragediografo. Cercavo una voce sulla Treccani e poi dovevo manoscriverla riassumendola se era troppo lunga. Ma intanto la imparavo. Arrivata la fotocopiatrice, facevo le copie e me le portavo a casa, ne facevo in abbondanza, le portavo a casa e poi giacevano sulla scrivania a prendere polvere. Cercavo un libro, compilavo la scheda indicando la collocazione fatta in epoche remote con lettere maiuscole e minuscole, numeri, segni ortografici. La consegnavo all’addetto che era un reduce di guerra, aveva avuto i piedi congelati e amputati nella parte anteriore, indossava grandi pantofole e camminava strisciando i piedi. Prendeva la scheda e si inoltrava nelle sale del palazzo. Se ritornava con il libro sbagliato non osavo fargli ripetere l’operazione, trascorrevo ore a leggere un libro di cui avevo ignorato fino a quel momento l’esistenza e devo dire che sono state avventure felici.

06.
C’è un episodio che ha vissuto in un archivio e che le piacerebbe raccontarci?

È quel fenomeno che si chiama Serendipity, trovare una cosa cercandone un’altra. Nella scatola che raccoglieva le denunce fatte all’autorità giudiziaria nel 1939 alla vana ricerca di quella che riguardava il crollo del mio ponte, ho trovato una grande quantità di denunce per furti di biciclette. E fin qui nessuna sorpresa, era il mezzo più diffuso. Poi però ho trovato un buon numero di denunce per furti di animali domestici, ma non cani e gatti, bensì galline, conigli, maiali allevati in cantina, non per compagnia ma per mangiarseli.

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