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CECILIA CASADEI

#capolettera

L’arte in archivio: un felice connubio

Domenica 13 ottobre l’Archivio di Stato di Pesaro apre le porte al pubblico e lo fa in occasione delle ‘Domeniche di Carta’. Un’iniziativa promossa dal MIBACT pensata per valorizzare il patrimonio ricco e imponente dei monumenti di carta: gli Archivi e le Biblioteche; un patrimonio che non ha nulla da invidiare in termini di valore a quello più blasonato dei musei e dei monumenti.

I preziosi documenti dell’Archivio non saranno tuttavia i soli protagonisti di questa giornata. Si inaugura infatti contestualmente una mostra intitolata Dal sentiero alla bruma. Storie di giustizia criminale nella Legazione e nella provincia di Pesaro e Urbino.

La mostra sarà contraddistinta da un format espositivo inusuale e innovativo: carte giudiziarie, atti processuali e sentenze che raccontano momenti di smarrimento nella vita degli uomini faranno da sfondo alle opere di artisti della scena contemporanea. Tra questi: Fabio Pradarelli e Gianluca Panareo; Maria Teresa Corbucci; Mattia Pedrazzoli e Valentina Sammaciccia, in arte Samma. I curatori della mostra sono Cecilia Casadei e Roberto Domenichini, e si sono avvalsi della consulenza artistica di Serena Riglietti e del coordinamento di Sara Cambrini.

Per saperne di più su questo evento, che ha già riscosso il plauso degli appassionati, abbiamo rivolto alcune domande alla critica d’arte e giornalista Cecilia Casadei, curatrice assieme a Roberto Domenichini della mostra.

Sara Cambrini e Cecilia Casadei

Ottobre 11, 2019

L’INTERVISTA

01.
Un archivio è il luogo dove si conserva la memoria, quindi, consacrato al passato. Mentre l’arte contemporanea è l’espressione più viva di un presente che si manifesta. Che cosa significa organizzare una mostra d’arte contemporanea in un Archivio?

In un archivio è racchiusa la storia di un territorio, di un contesto sociale e dunque qualcosa che ci appartiene da vicino. È importante che una città viva il proprio archivio e lo frequenti il più possibile. Sono sei anni ormai che ripetiamo questo format con l’Archivio di Stato di Pesaro e ci sembra che portare l’arte contemporanea in questo luogo contribuisca ad avvicinare il maggior numero di persone possibile.

02.
Il tema di quest’anno è molto forte. Dal sentiero alla bruma raccoglie infatti documentazione processuale legata a crimini compiuti tra il XVIII e il XX secolo. Che cosa volete comunicare con questa scelta?

Più che comunicare quello che ci interessa è mostrare. Mostrare la parte più profonda e misteriosa della dimensione umana attraverso le espressioni più diverse sia nella forma sia nel tempo. Abbiamo infatti selezionato documenti diversi di epoche diverse e anche le opere d’arte che abbiamo selezionato appartengono a generi molto diversi tra loro: dalla fotografia alla video-arte, dall’illustrazione alle installazioni. Inoltre, vogliamo mostrare che passato e presente sono inestricabilmente collegati. Mostrare insieme i fatti umani che hanno segnato per sempre vite di persone con la visione di un’arte che cerca attraverso le sue riflessioni di scavare nell’animo umano ci permette di avere consapevolezza di un presente che ha radici nella dimensione di un ‘umano troppo umano’.

03.
E per quanto riguarda invece la scelta degli artisti, quali sono stati i criteri con cui li avete intrecciati al contesto – oserei dire – oscuro, dei documenti?

Gli artisti sono stati scelti proprio per rispettare il legame con i documenti che vengono mostrati: un legame che si intreccia nel profondo dell’essere umano e si esplica attraverso le forme della giustizia, della crudeltà, e dell’enigmaticità dell’agire.

Nello specifico: Fabio Pradarelli e Gianluca Panareo con Pearl, ci mostrano un video realizzato in occasione della Biennale internazionale del Libano 2017 con il quale ci fanno riflettere sul significato di distruzione e ricostruzione in riferimento alla guerra che ha devastato il territorio libanese.

Maria Teresa Corbucci con Iustitia Fluctuans, una articolata installazione site specific, riflette sul senso comune, il sentimento della giustizia. Il linguaggio della fotografia interpreta la simbologia della giustizia e riflette sul suo rapporto con la legalità, entra nel dibattito sugli errori giudiziari, sull’imparzialità della pena.

Mattia Pedrazzoli, con Figli del vento, ci racconta, tra parole ed immagini, dell’attraversamento di un mare come luogo reale e come metafora. Il suo è un manifesto che nasce dallo studio di una sentenza di morte emessa al tempo della dominazione pontificia nei confronti di due assassini.

Valentina Sammaciccia, in arte Samma con Mea Maxima Culpa, presenta una raccolta di lavori che appartengono a più serie fotografiche: immagini enigmatiche che restituiscono surreali installazioni fissate con l’obiettivo. Scenografie in cui si coniugano dissonanti elementi visivi che riverberano trasformazioni del reale, scene oniriche, incubi e “follia”.

I quattro percorsi personali propongono, nell’insieme, un itinerario intrigante, un racconto di grande efficacia immaginifica, lavori che divengono metafora dell’imprevedibilità e espressione visionaria che trascende la ragione. Opere di un andamento estetico che riverbera il carattere di necessità dell’arte nell’ambito della esperienza umana. Perché l’arte se non può salvare il mondo può cambiare l’intelligenza del mondo, il nostro sguardo sul mondo.

04.
Avete in cantiere altri progetti da attuare utilizzando questo format così interessante con altri archivi o con lo stesso Archivio di Stato di Pesaro?

Siamo arrivati al sesto anno consecutivo e di sicuro (vista l’attenzione che abbiamo sempre ricevuto) continueremo a lavorare con l’Archivio di Stato di Pesaro. Sicuramente sarebbe interessante se altri archivi aprissero le loro porte ad eventi di questo genere, anche perché non esiste un archivio uguale ad un altro ed ogni territorio ha le sue storie da raccontare. Inoltre, l’arte abita meravigliosamente questi luoghi e si arricchisce di nuove connessioni e relazioni che manifestano in maniera decisa la sua necessarietà per gli esseri umani.

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